protoprogetto in lettere
Il Viaggio per me comincia stanotte.
Che cos'è "il Viaggio"? Perchè va affrontato?
Quando non hai mai vissuto come Jack Kerouac e hai piazzato radici, fondamenta e pure una rete di fognature nel posto dove sei nato, quando ti riconosci un cuore tenero da barbapapà che singhiozza e sussulta per ogni legame da allentare, quando la tua determinazione non è legge nemmeno tra i peluche della tua stanza...beh, il dubbio ti rosica eccome.
Mi rosica il dubbio?
Certo che sì.
Ma chi mi legge non abbocchi: il cuore d'oro non ce l'ho mai avuto.
Sono solo le ipocrite giustificazioni della strizza.
Eh si!, perchè tutti vogliono fare qualcosa, ma la strizza, di norma, brucia tutti sul tempo.
E allora che si fotta, la strizza, che si fotta l'eterno Ciclo divino di Volonta' e Strizza, Yin e Yang, duopoli magnetici che sincretizzano l'universo dei mortali.
Per stanotte io mi tengo sia la Volontà che la Strizza, e il Ciclo, dannazione!, lo uso per andarci in Grecia.
Tanto è un xt600 e va a super.
Che cosa trovi alla meta? Genti diverse con idiomi diversi, con climi diversi (beh,caldi!) e con la stessa faccia e la stessa razza di qua.
Come un Italia un poco più a sud est, ma dannatamente incomprensibile.
E allora ripeto: checcivadoaffà?
......Se comincio a dirvelo ora , finisco anche le pagine del Web.
Ma, vi assicuro, per ogni spunto, per ogni singolo perchè, vacillerò nei miei propositi e ne troverò la contraddizione ancora più assennata e convincente.
E allora non chiedetemelo che facciamo prima.
Solo viaggiate con me e cercatene il piacere, il brivido e la vita che ci sta dentro, condividiate i miei crucci e i miei errori, e, se potete, pagatemi anche la benzina.
"E poi, in fondo in fondo, ti rendi conto di che lasci?"
Si, lascio tanto e magnificenza, ma se vado non è certo perchè ne cerco di più.
Beh, certo , chi l'ha pensato non ha sbagliato: cerco donne straniere e semidee dai seni gonfi e dalle natiche marmoree, avvezze all'amore e votate all'accoglienza di stranieri, cerco lussurie ed innamoramenti, una giovane ninfa abile di arti amatorie sconosciute ai latini che mi insegni il gusto della sua perversione.
Ma questi vizi non me li sono mai adeguatamente trovati, quindi anche le proiezioni oniriche si autocensurano e mi rimandano sulla terra prima che il tonfo sia troppo doloroso.
No, in fin dei conti non cerco niente, ma ci vado lo stesso.
Non abboccate: non ci vado per il lavoro.Questi si chiamano pretesti, o se volete, modi per campà.
Ci vado e non so il perchè.
Ci vado e non conosco nè la lingua ne alcuno.
Io Ci vado.
E se volete, ci vediamo lì.
La Strada per Heraklion
Cercherò di condensare 6 giorni di viaggio, da Milano ad Heraklion, in poche righe, perchè so che gli avvenimenti, le persone, i colori, gli odori, i sorrisi e tutte le sensazioni che grazie a Dio mi hanno attraversato in questi strani giorni di vagabondaggio non possono essere compresi da chi mi legge, ma da me solo.
Ma anche se in voi di tutto questo non ne resterà che una sfumatura, forse sarà sufficiente a capire che ne è valsa la pena.
Lunedi' 10 gennaio 2005: MILANO-ADRIATICO
Ore 7:55
Non mi soffermerò di certo sulle angoscie di una madre in apprensione per un figlio in partenza verso un lontano angolo di mondo.
Lasciate solo che vi confidi che la mia, al momento della partenza, mi ha quasi convinto di essere il soldato Piero diretto al carso durante la I guerra mondiale.
Ho caricato lo zaino, la baionetta e la mia razione K sul sidecar, e sono partito con la foto della mia bella ninetta stretta sul petto, vicino al cuore.
Un lacrima per la mamma, lo sguardo fiero per la patria e un dubbio che mi ronza per la testa.
Il primo biglietto dell'autostrada Milano-Venezia all'alba di un viaggio lungo quasi tremila chilometri ha un significato particolare.
E' la presa di coscienza del superamento delle perplessità e il vero inizio del Viaggio.
Anche se avessi dimenticato il carburatore della moto non sarei più potuto tornare indietro.
E' una di quelle cose che vanno fatte 1 volta sola, non è concesso il lusso di riprovarci se ci viene male.
Insomma, non è la perdita della verginità.
Il primo biglietto da motociclista ha anche delle difficoltà inaspettate.
Allo sbarramento di Cascina Gobba a Milano verso le 8 del mattino ci sono -2 gradi e l'umidità brina sulla visiera del casco e sul serbatoio, a contatto con i testicoli, in 7.5 millisecondi.
Sei quindi infagottato come il Gabibbo e qualsiasi movimento che non sia contemplato dalla normale guida di un motoveicolo ti è proibito dalla tua nuova Giacca Dainese che hai pagato tanto quanto la moto.
Se riesci quindi a raggiungere il bigliettino, che è ormai da tempo ha raggiunto la qualifica di "fottutissimo" nella tua testa, si pone un problema che mai avrei potuto immaginare da ingenuo automobilista.
"uh!...Dove cazzo lo metto ?"
Freddo. Il tempo passa e si macinano i chilometri.
Gli Dei hanno voluto essere clementi e mi hanno regalato una giornata di sole che timido si alza verso est.
Ma se da Milano stai andando a Venezia, ce l'hai dritto negli occhi.
Ma queste sono sciocchezze, perchè la strada è bellissima, vuota e sto viaggiando come un pazzo in barba alle mille raccomandazioni di chi in fondo sente la paura al posto mio.
Ma fa freddo."Che Dalmine!"....Prima sosta con la pianura padana alla mia destra e le prealpi spruzzate di neve a manca.
Faccio colazione con un pullman di giapponesi.
Con la sensazione di una naturalezza ormai conquistata con il mio mezzo e il sentimento di esserne diventato indivisibile, raggiungo Venezia.
Ed è il Trionfo!
Sbaglio strada subito dopo, ma la ritrovo con la stessa naturalezza di prima.
Il Porto.
Sto davanti al Magazzino 123, Minoan Lines con il biglietto già fatto.
Chiedo a due operai del porto dove si trova la nave che sto cercando e loro mi scrutano male, si legge in loro il dispetto di chi si sente preso in giro.
Raccolgo la sfida con lo sguardo e lo proietto dietro di loro, dove a pochi metri, si staglia il profilo del traghetto più grande del Mediterraneo, con la scritta giganteggiante "MINOAN LINES".
Non lascio cedere il mio sguardo e senza dire niente imbarco la moto nella pancia della balena.
Una volta salito sul traghetto, inaspettatamente mi trovo, senza ancora saperlo, in territorio ellenico.
L'equipaggio, i passeggeri, il menu del bar non parlano che il greco e si destreggiano con l'inglese.
E fin qui tutto bene.
Ma in filodiffusione non passano che il Sirtaki e la cosa ancora non mi è andata giù.
MARTEDI' 11 gennaio : VENEZIA-PATRASSO
36 ore. Un giornoemmezzo con prenotazione "passaggio ponte".
La nozione che voi tutti conoscete della espressione "che palle!" assume un significato estremamente profondo nella mia psiche, si permea di sfaccettature finora inaspettate.
Intanto la clientela greca che mi accompagna lungo tutto il viaggio si organizza in fastosi banchetti e allestisce accampamenti equipaggiati in tutte le aree libere della nave.
La ricerca per un posto in cui passare la notte da i suoi frutti, e mi sistemo di fianco ad un gruppetto ormai ubriaco di ragazzi albanesi che mi scrutano a fondo.
Il retaggio di una vita borghese mi ha tristemente lasciato uno stupido timore persistente: "Già so che appena mi alzo dalla poltroncina questi mi fottono tutto...."
Loro non demordono e non si allontanano dal mio bagaglio (accanto al loro) e io resisto imperterrito finchè la vescica non mi ordina la ritirata.
Noto nelle faccie dei poveri ragazzi di Valona un senso di rilassamento: Non si fidavano ad avermi vicino alle loro borse.
Diciamo che ho imparato la lezione.
Alle 19,00 l'altoparlante annuncia l'imminente sbarco al porto di Patrasso. Dal ponte della nave scruto le mille luci di questa città, piccola ma poi non tanto piccola.
E le impressioni si sovrappongono alle paure, si fondono alle aspettative, e si mescolano impazienza e speranza. Se mischiare alcolici fa uno strano effetto, mischiare le emozioni decisamente rincoglionisce.
Inghiotto e vado a prendere la moto, perchè stanotte non so ancora dove dormire.
PATRASSO BY NIGHT è un turbine di locali alla moda e studenti che girovagano nel centro cittadino.
La città fa evidentemente schifo ma loro hanno imparato a non pensarci.
Il mio primo Ghiros Pita lascia una impronta indelebile, non tanto nella mia anima quanto sui pantaloni ancora puliti. Io nel frattempo sorrido.
MERCOLEDI' 12 gennaio : PATRASSO-ATENE
Altri 250 chilometri da percorrere.
La moto scorre e ruggisce su una strada quasi deserta a 2 corsie, una ad andare e una a venire, sotto un sole luminoso che invade di luce le montagne alla mia destra e che accende il mare a sinistra di un blu intenso.
Sono in grecia e sto correndo verso Atene.
Ma da queste parti mi rendo conto di essere l'unico a portare il casco e se le corsie sono solo 2, da queste parti diventano quattro perche la corsia di emergenza è in realtà la più utilizzata.
E allora mi adeguo.
All'autogrill mi vengono offerte degli affaroni: macchine digitali e cineprese a prezzi stracciati da parte di alcuni filantropi greci in cerca di cretini da spennare.
EFKARISTO', sarà per la prossima volta.
Ad Atene intanto mi aspetta una mia carissima amica, quella che fu una volta la mia fidanzata a Copenaghen, una squilibrata piena di vita a cui promisi mari e monti e che non vedo più da un anno.
Mi vorrà vedere , certo, ma sarà forse per uccidermi.
L'ingresso ad Atene comincia 10 km prima della città.
Il traffico è asfissiante, gli scooter e le moto si infilano in pertugi inaccessibili in mezzo alle colonne di macchine e camion.
La città appare protetta da uno scudo di monossido di carbonio che ha raggiunto la consistenza della nebbia di Segrate nei giorni peggiori. Ma il sole si vede e si sente.
17 gradi.
Mi domando perchè diavolo stia utilizzando ancora un paio di guanti da sci per guidare, ma seguendo le chiare indicazioni per Syntagma, dove ho l'appuntamento con Aimilia, mi ritrovo in men che non si dica ai piedi dell'Acropoli.
Va bene lo stesso.
E' il tramonto, e il partenone, in cima alla collina, si colora di rosso.
Urge una foto con la moto e i bagagli.
Ma il rullino in questi casi, si sa, è già finito.
Corro verso Syntagma all'appuntamento cui sono già in ritardo.
Eccola in attesa.
Mi avvicino con la moto e la scruto senza essere visto.
Finalmente mi nota incuriosita, ma non può sapere che sono io sotto il casco. Lentamente lo tolgo e la guardo serio.
1 secondo.
Poi scoppia in una risata e mi abbraccia.
E' andata....
GIOVEDI' 13 gennaio: ATENE
Il racconto di questi giorni passati ad Atene non sarà ovviamente completo.
Esistono avvenimenti che devono rimanere e rimarranno nella sfera del privato.
Per quello che mi è concesso, però, continuerò la cronaca del viaggio il più apertamente possibile.
Chi ha letto Calvino indubbiamente percepisce la necessità di captare la personalità umana delle città.
Atene si sarà pure rifatta il maquillage dalle Olimpiadi, ma rimane sempre una vecchia sgraziata e sboccata.
Qui le cose non vanno per il sottile e si dicono in faccia senza ritegno. Ed è qui che sta il bello: spontaneamente ti accoglie senza bisogno di buone maniere, una pacca sulla spalla e poi ti mostra il suo tesoro.
L'acropoli eretta in cima alla collina a ricordare che il divino, la bellezza eterna da 3000 anni, si scruta ossequiosamente dal basso verso l'alto, in religiosa contemplazione.
E poi sono andato con Aimilia a sbronzarmi in un bar.
VENERDI' 16 gennaio : ATENE-EGEO
La giornata scorre felicemente in un clima mite tra le vie della Plaka, il centro di Atene, e i sobborghi popolari, brulicanti di vita e di inconsapevoli maschere teatrali. Due vecchi amici li percorrono con inaspettata armonia, e con umorismo.
Atene è un girovagare onnipresente di cani abbandonati, randagi che vivono nell'immondizia e nei parchi.
Nel programma della giornata c'è una visita al Partenone.
Tagliamo per un parco sulla collina sulla strada per l'acropoli. Quasi in cima alla collina scorgiamo due greci, poco sopra di noi, vicino alla loro macchina. Ridono, scherzano, sbeffegiano qualcuno al di sotto della collina, dove non mi è dato di vedere.
Poi si spaventano e corrono verso la macchina gridando in greco.
Aimilia li sente e li vede , io non capisco nulla di che sta succedendo, lei si gira e corre giu' dalla strada che abbiamo appena percorso.
"Aimilia what happens?" le grido attonito mentre lei scappa.
Una risposta e veloce e mi metto a correre anch'io: "DOBERMANN!!!!"
Ci addentriamo nel mercato della carne, regno anarchico dei cafoni di Atene, degli straccioni e degli umili.
Nel mezzo di un orgia di caprini sgozzati, fegati e mannaie mi viene incontro un macellaio sulla quarantina, decisamente primitvo e neanderthaliano, sorridente quasi ad ostentare una dentatura scomposta e mal calcificata, un incubo odontoiatrico. Lo vedo che punta su di me: "che faccio?" La cosa più intelligente che ho escogitato è stato assumere uno sguardo perplesso.
Mi si para davanti e mi pone una domanda in un'idioma a me sconosciuto ma che temo di avere intuito.
La mia guida interviene e parla con lui in greco.
.....
.....
-"Chi era? Che voleva da me?"
-"Ha visto che non eri greco e ti ha chiesto nella sua lingua da dove venivi. Credeva che fossi un conterraneo...Lui è albanese..."
....
....
Che dire? La cosa non mi turberebbe più di tanto, se non fosse che almeno in Grecia ero certo che nessuno mi avrebbe notato per questo ... evidentemente non è dato di cambiare la propria natura.
Ripariamo in una taverna nei pressi del mercato.
E' decisamente un posto degno di una sommaria descrizione.
Interrato sotto un vecchio edificio abbandonato, scendendo le scale in una vecchia piazza della città potrebbe capitarvi di entrare in questa vecchissima osteria,una "TABEPNA", un microscopico antro indifferente al succedersi degli anni e delle stagioni.
Sono solo pareti bianche in questa bettola e 5 enormi botti colme di vino bianco appoggiate sul fondo del locale.
Il padrone è un vecchio con grandi baffi imbalsamato dentro ad una ridicola giacca bianca da cameriere lercia e striminzita, e la clientela arriva indubbiamente dal mercato degli straccioni di prima.
Appena seduti arriva senza che fosse richiesto un mezzo litro di vino bianco in una caraffa di rame ed, a voce, ci illustrano un menu fatto di zuppe di ceci, pesci quasi vivi da piazzare su una piastra bollente, e mezzo chilo di carne bollita nel sugo con della pasta che sembra riso.
"Sono i piatti che cucinano le nonne" mi viene detto, e già immagino chi potrà nascondersi tra i fumi della cucina.
Il cibo arriva ed è casalingo, ottimo, abbondante.
Ma in questo momento accade qualcosa che forse non ha senso descrivere, una nuova sensazione che il vino indubbiamente ha esaltato, e che forse la seconda caraffa ha sancito.
Entrano due greci, il primo con una fisarmonica, l'"AKORDEON" si chiama, e il secondo con il "CLARINO".
Sono benvenuti nella osteria e suonano e cantano canzoni popolari in greco tra i sorrisi alcolici della folla.
In fondo al locale una coppia di vecchi amici ubriaconi incita i suonatori con urla e schiamazzi e dall'altro capo della sale si odono le risposte di altri tracannatori di antica generazione.
Il pubblico partecipa, canta, batte le mani sorride.
Grida il vecchio in fondo alla sala, io sono ubriaco mentre Aimilia ride da tempo ormai sotto l'effetto dell'alcol, lei piccola 21 enne che ha bevuto solo 2 bicchieri, quasi non ce ne accorgiamo che "il vecchio in fondo alla sala" alza in aria il piatto vuoto e lo scaraventa con forza per terra. Il dado è tratto e nella sala è tutto un rovinare a terra di stoviglie e bicchieri.
I vecchi si alzano e cominciano a ballare, invitano le signore e le battone ad unirsi a loro, schioccano le dita e si prendono per mano in una danza carnevalesca e fuori tempo.
Aimilia sente il bisogno di parlarmi e io ascolto ammutolito.
Non vi è dato di sapere ciò che ci siamo detti, ne ve ne potrà importare, ma lasciate che rimanga questa memoria nelle cronache di un viaggio che voglio ricordare.
La sera stessa parto dal Pireo alla volta di Heraklion.
Prima però ho appuntamento con Aimilia a Syntagma, la perdo e la ritrovo magicamente al porto.
Abbraccio la mia amica e ancora ubriaco imbarco la nave sulla motocicletta.
SAbATO 16 gennaio: HERAKLION
Ore 6,00.
Il battello approda al porto e io deambulo strasognante nella città che mi ospiterà nei prossimi sei mesi.
Alle 8 incontro Maria, una mia collega che mi porterà dritto al mio appartamento.
La ringrazio e la saluto. Poi chiudo la porta dietro di me e rimango chiuso fuori.
Citofono a degli sconosciuti per rientrare che mi aprono, vado sul divano e comicio a dormire perchè il viaggio è finito.
Le cene di Lavoro
E' difficile pensare di aver raggiunto l'apice della propria carriera quando ancora non l'hai cominciata.
Sicuramente per me sarà così, e cercherò dunque di apprezzarne i lati positivi ma soprattutto di approfittare schifosamente di questa porca situazione.
L'accoglienza, il rispetto, la generosità e una inaspettata riconoscenza mi vengono ostentate sul luogo di lavoro, e, tristemente, già ne intravedo la parabola discendente.
Una volta sceso in terra di Creta, ho potuto godere, oltre alla nota calorosa accoglienza della gente di questo paese, di attenzioni di norma riservate ad esimi Professori con cervelli decisamente più pesanti e soprattutto più laboriosi del mio.
Niente di più imbarazzante poteva capitarmi che essere assimilato in categorie di questo calibro nel momento in cui raggiungevo la mia meta con SOLI scopi turistici (o pseudo tali).
In quest'ottica dovete immaginarvi il mio ingresso presso Il "Foundation for Research and Technology of Crete", un illustrissimo istituto di ricerca nel cui grembo cresce un secondo e ancor più prestigioso istituto di ricerca non accademico, l'"Institute for Electronic Structure and Laser" di Heraklion.
Solo a pronunciarne il nome, ancora mi cago addosso.
Atteso come un capo di stato, il primo giorno di lavoro verrà a prelevarmi direttamente a casa una macchina per condurmi nella sede dell'istituto.
E questo dopo aver inconsapevolmente declinato una cena in mio onore organizzata il giorno del mio arrivo a Heraklion, con evidente imbarazzo da parte di uno staff internazionale di ricercatori e cervelli testicolati.
Ma parlavamo del primo giorno.
La macchina percorre le strade nei dintorni di Herklion fra galline, uliveti e traffico.
Poi, in aperta campagna devia dalla strada principale e si inoltra in una minore; svolta e risvolta fino a quando un imponente edificio bianco e moderno si scorge dalle colline coltivate a vigneti e olive.
Scendo dalla macchina.
Respiro. Si vede il mare, ma per il resto sono convinto di essere a Castellina in Chianti.
Giro di presentazioni ai vari studenti internazionali.
....mmmhm, posso sopportarlo....
Giro di presentazioni ai vari ricercatori e professori pluridecorati dell'edificio.
....stringo le chiappe fino all'ultimo.....
E infine, Costas Fotakis: quel ciccione del gran capo dell'istituto.
....Decisamente ora è troppo. Hanno voluto esagerare,e ora li ripago....
Primo. mi faccio immediatamente offrire il pranzo.
Secondo. Mi faccio offrire il caffè e pure la sigaretta subito dopo.
Terzo. Non faccio una sega e abuso della loro gentilezza.
Quarto. Prima che ci ripensino mi faccio depositare in banca immediatamente l'assegno per il mese di gennaio.
Ma quando c'è da pagare l'affitto anticipato dico che c'è sempre tempo per queste cose.
Loro ringraziano e sorridono.
Ora, sicuramente qualcuno dei miei lettori ha già avuto modo di entrare in un ambiente nuovo dove si fa della ricerca.
Forse a qualcun altro capiterà in futuro, ma probabilmente la maggioranza non sa di che sto parlando.
Lasciate che la mia esperienza possa essere tesoro delle generazioni future.
In ogni caso, per la vita, dimostrate estrema vaghezza nelle vostre conoscenze.
Vi chiederanno se avete dimestichezza con questo o con quello... Non siate precipitosi e non affannatevi ad elargire risposte esaurienti.
Spesso, occupare il tempo con delle supercazzole off-topic, fuori argomento, che dimostrino che voi ne sapete di brutto, ma di tutt'altre cose!, è il metodo che più vi permetterà di guadagnar tempo e di mantenere una rispettabilità immeritata il più a lungo possibile.
Vale a dire, fino a quando sarete chiamati al lavoro.
(..se lo fate male, lo capirete dagli sguardi perplessi dei vostri interlocutori...)
Ma la prima settimana, soprattutto dopo che l'assegno è già stato incassato, e per gran parte dilapidato, godiate della fama, del vento favorevole che spira ingiustificatamente dalla vostra parte e lasciate che gonfi da poppa la vostra vela e sfruttate fino all'ultimo le correnti.
Tuesday evening. Prima Cena con i colleghi ricercatori.
Con evidente ritardo, raggiungo uno dei più eleganti ristoranti di Heraklion.
La cena è in effetti organizzata in onore del nuovo venuto.
Con stupido imbarazzo, realizzo di essere io.
Sono al tavolo con una dottoranda in Dinamiche molecolari e Clusters formation, un ingegnere chimico esperto in pigmenti di sticazzi pluricromatici, un professore fisico-chimico massima autorità in Laser Surface Ablation dei mejcojoni e il mio superVisor, dottor professor cummendador commander in chief for SuperAtoms and Clusters.
E poi ci sono io.
L'ultima pirla venuto.
Ma l'ultimo pirla realizza anche che la cena gli sarà offerta, e allora, pirla per pirla, prepara lo stomaco a dilatarsi per le scorte invernali.
Del resto, Gennaio è inverno anche per Creta.
La cena inizia, ed è, per chi sa di essere fuori luogo, come un incontro di pugilato.
Passano i primi minuti a studiarsi vicendevolmente, e si utilizzano frasi di circostanza o si parla del più e del meno.
"Come è andato il viaggio?"
"Il cibo è ottimo..."
"Potrebbe passarmi il pane per cortesia...?"
....
Ma prima o poi sai che ti arriva un diretto.
L'esperto dei mejcojoni: -"Come si trova con l'eperimento?"
.....
Per un momennto penso di essere subito K.O.
Poi raccolgo le forze, resisto al diretto e rispondo con una sequenza di supercazzole di argomento fisico. E sono tutte dirette al fegato.
In pochi secondi concentro le mie conoscenze relative all'argomento mentre sorseggio dell'ottimo vino rosso per guadagnare secondi preziosi. Necessari soprattutto per filtrare le cazzate.
La mia reazione è ottima.
Parto rispondendo alla domanda e con la naturalezza dettata dalla disperazione riesco a portarlo sulla mia strada.
Tengo banco per qualche minuto su argomenti che sanno più di filosofia spiccia che di scienza e resisto agli attacchi fino all'arrivo della seconda portata.
Ottimo lavoro.
I colleghi si dimostrano compiaciuti, oppure fingono bene.
Ma la lucidità svanisce mano a mano che i bicchieri di vino si moltiplicano, e mi rendo conto che nell'ultima fase, sto perdendo ai punti: vale a dire che il vino mi ha fatto partire il filtro e sto dicendo un paio di cazzate.
Mi sono chiuso all'angolo da solo, mi divincolo facendo leva sulle ultime energie e lo tengo a distanza finchè posso per non finire al tappeto.
Urge una strategia.
Inizio una parabola di pensieri collegati da un filo rosso che si chiama flusso di coscienza. Il vino è dalla mia parte, perchè, se io non mi sono risparmiato a mangiare e a bere, loro mi sono stati dietro e le espressioni svanite che i cervelloni assumono tradiscono un calo della loro concentrazione.
Io parlo e loro mi seguono,FUNZIONA!, finchè ci troviamo incomprensibilmente a parlare di MOTOCICLETTE, argomento di cui, pur non sapendone una sega, per questo tavolo io sono il professor dei professori.
Il vino scorre, la cucina è ottima e io sciolgo la lingua come un tapirulan.
Ingurgito, divoro e assaggio qualsiasi cosa abbia un vaga apparenza commestibile, compresa la cameriera che sempre più spaventata per la propria incolumità, mi sta bene alla larga.
Non si parla più di Fisica ma soltanto del mio immenso appettito.
Ho vinto io.
Alla fine riuscirò ad ammettere che, nonostante fossero intelligenti, mi stavano persino simpatici.
Ma forse è perchè mi hanno pagato la cena più costosa della mia vita.
Tengo alla mia infanzia
(dedicato all' uomo dal grande naso)
Qui la terra ha i confini del mare.
Forse il mare ha deciso di risparmiare questo lembo sassoso per gli uomini, e tutto intorno si è disposto a sua difesa.
Ha fatto sì che i monti rinverdissero ad ogni stagione, che i ruscelli ne solcassero le gole, che
le capre pascolassero nelle colline ai lati dei monasteri, e che gli uomini ne godessero della bellezza.
Il sole ne ha benedetto l'opera e i venti hanno continuato a spazzarne le cime delle montagne, a riversarvi nuvole di passaggio gonfie di neve da posare sulle cime, dove i falchi e le aquile si contendono l'aria del cielo.
Vengo ora da un itinerario mozzafiato, imprevisto, o meglio improvvisato.
Le strade mi hanno guidato per chilometri perdendomi dietro la mia meraviglia tra i boschi di olivi e vigneti, tra greggi di montoni e capre e cani pastori.
Non ho sufficienti parole che vi spieghino la mia commozione mentre correvo lungo il costone di una montagna a sfidare il baratro sull'altro mio fianco.
Sulla strada c'ero solo io, emozionato come il bambino che sono.
La Mareggiata
(ovvero "Le Soddisfazioni di Nettuno")
Non sarà il caso di prendere in giro nessuno.
Il lavoro, in Grecia come in Italia, è un carcere.
Si dice del lavoro che è "il cane che lecca il bastone che gli piegherà la schiena...."
Il lavoro diventerà "soddisfazione professionale" quando le mie meningi avranno perso la memoria di quegli anni in cui la vita è fatta di abbuffate, eccessi, risate, vomito e tette.
E allora ricordiamo di essere creature viventi due giorni su sette, realizziamo che il nostro tempo sulla terra è limitato e che la libertà è tristemente sinonimo di una odiosa parola anglosassone.
Week end.
Ma sabato, sul parallelo che sfiora il nord di Beirut, al centro del Mediterraneo, nella terra afflitta dalla siccità, che odora di timo e menta,...piove.
Il vento spira dal nord freddo e umido, gonfio di grandine e carico di nuvole nere, elettriche buie e tonanti.
Agamissou.Vaffanculo.
Non starò in casa di sabato...me ne vado sul porto.
E la libertà fiorisce nella estrema volontà che vince la pioggia e la grandine. Smette di piovere, rimangono solo le nuvole minacciose a ricordare la collera di Zeus, pronta a colpire con violenza.
Il porto e il mediterraneo.
Eccolo: oggi Poseidone è furente. Gonfia il mare e riversa muraglie di acqua salata contro la costa.
Mostri marini alti tre o quattro metri che hanno viaggiato placidi per centinaia di chilometri raccolgono la loro energia a pochi metri dalla riva e in un efferato gesto estremo si suicidano sulla banchina del porto e sulle roccie.
Porca vacca!....la Mareggiata.
Sul molo siamo in pochi, io e qualche greco di passaggio venuto ad ammirare dalla sicurezza delle mure veneziane il mare che si sta gonfiando.
Avanziamo su questa lingua di terra intrufolata nella bufera marina fino alla Kule, la Rocca al Mare, una antica fortezza veneziana adagiata sul fondo del porto vecchio, e da lì osserviamo un poco le onde.
Semidee dalle rotondità seducenti e pericolose. Che donne!
Eccola.
Eccola da lontano, più alta delle altre. Eccola maliziosa correre verso la riva. Eccola che raccoglie massa....-eccola che...BAAAM!
La schiuma si proietta in aria a stagliarsi sul cielo nero e il vento solleva gli spruzzi fino a noi.
Lavati.
Porca vacca.
Sul fianco della Kule c'è un punto altamente esposto al mare.
Quando le onde sono più cariche arrivano direttamente sulla strada o addirittura sulle pareti della fortezza.
Insomma bisogna correre tra la risacca della prima onda e il martirio della seconda. E arrivare salvi dall'altra parte, all'asciutto.
Che faccio?
Torno indietro?
Dove?
A casa a fare invecchiare la mia pancia sul divano?
Rispondete voi...
Insomma, prima bisogna studiarle ste onde -se ne vogliamo uscire vivi- e non credo proprio che l'analisi di Fourier possa servire a qualcosa.
Le più alte arrivano in sequenza: dopo una grossa, c'è n'è sempre una che sembra sua mamma: sfrutta il minimo della precedente e inaspettatamente, alle spalle della figlia, a pochi metri dalla riva si alza a sorpresa rubando acqua dalla risacca.
Infida, perchè si nasconde dalla tua attenzione, troppo concentrata sulla prima.
E ti lava.
Ok, le onde le ho studiate.
Eccola quella grossa ...BABAAAM!,schizzi dappertutto... ora arriva la seconda, si alza in piedi come un Cobra Indiano, spalanca il collo e si tuffa sulle roccie:BABAAAAAM!... c'è acqua dovunque, direttamente sulle mura della rocca.
Via!, ora!, il momento!, corri corri corri corri corri.....butto un occhio alla mia sinistra ..... minchia se è grossa!.... BABABAAAAM! ..... mancano due metri....guarda avanti ......corri corri corri..... passo sotto gli schizzi... manca un passo e questa mi lava....
.....
.....
uff...per un pelo...
Asciutto:
ovvero "Soddisfazione professionale".
Sono dall'altra parte, sul molo moderno.
A sinistra il mare incazzato come pochi, separato da un muro di tremetriemmezzo e scogli artificiali dal porto dove l'acqua placida non ha memoria di questa tempesta.
Ma dove il molo ,lunghissimo, fa una piega,a mostrare il fianco alle onde, lascia una piazzetta, un avamposto sul mare da dove si riesce a scavalcare il muro di protezione e ammirare lo spettacolo.
Aria.
Vento salato dalla schiuma marina.
I capelli litigano nell'aria e mi schiaffeggiano.
E a 270 gradi davanti a me, sotto il piombo delle nuvole, l'inferno di anime d'acqua sporca, verde e marrone di terra sollevata dai fondali, di alghe, di bianco di schiuma e di nero pece del mare profondo.
Il confine tra aria e acqua è drammatico. Il vento attrociglia le creste e i frangenti a cui strappa brandelli di schiuma.
Il delirio di onnipotenza del mare ha ragione di essere e mi contagia.
Gesù ci avrebbe pensato due volte a camminare sull'acqua se avesse visto questo.
Mostrami, Poseidone, di che sei capace!
E senza aver finito di pensarlo, esplode il mare a sulle roccie e spalanco gli occhi a realizzare l'ultima inevitabile doccia.
Urlo come uno scimpanzè.
Lavato.
Una pausa tra due di due elementi.
Un mese.
Anzi di più.
35 giorni che ho sollevato il culetto dalle poltrone comode della casa materna e dalle oasi franche del sottotetto privato, la mia cara Mansarda.
Quasi un anno che ho smesso i panni dello scolaro, si, 11 mesi da che ho sciolto definitivamente il fioccone blu dalla mia blusa nero balilla e che ho assaggiato il sapore della disoccupazione più colpevole, della nullafacenza ideologica, del precariato lavorativo in una ditta di spedizioni internazionali.
Mesi in cui ho accusato il mondo di non riservarmi un posto in buissness class solo per la mia bella faccia e per le tante scuse che avevo pronte nella 24 ore.
E poi la Grecia, il viaggio, e ancora scuse, ancora malumori, ancora pretesti per foderarmi il deretano di una bella mutandina in fibra di carbonio per gli scherzi del destino sodomita.
Ma anche i soldi.
I money.
(din din din...)
Nullafacente salariato offresi in quel di Creta per avventure bambinesche che gli permettano di ritardare l'età matura.
Sono io.
...e allora, con lo stipendio, via! Al galoppo! Cene su cene su ristoranti quasi tutte le sere, vai al supermercato a comprarti le vivande....ma, che diamine!, il vino....quello buono si intende, invecchiato almeno quattro anni in botti di rovere, una riserva, magari, un barricato, sì...per stasera un barricato di 5 anni, è proprio un'ottima idea...
E non guardo nemmeno il prezzo.
Ho una media di cinque cene a settimana in giro per le taverne della città- ormai le conosco quasi tutte- e mica si va a mangiar fuori per fare i pidocchi! Si mangia fino a sfondarlo questo stomaco da checche, si ordinano 21 porzioni in 8, la frutta per sciaquar via tutto, un dolce per guarnirsi la bocca, e il raki per mandar giù l'ultimo boccone con lo spirito del Peloponneso.
56% Vol.
Fuma fuma che qui costano poco....
E poi la moto, SantaMadonna!, la vogliamo usare sì o no?
Chellhopportataquiperfare?
Ma va mantenuta come una ragazzina che ha bisogno d'affetto, un piccolo cucciolo che beve petrolio, scoreggia monossido e che vuole tanto amore.
Se mi prendevo una moglie, forse risparmiavo...Va mantenuta lostesso, ma almeno pulisce la casa...
-se vedeste il porcile dove abito...-
Ma chissenefrega che sono giovane carino e stipendiato!
Andiamo a farci una birra, no due, no tre, primo Whyskey, secondo Whyskey, sciottino numero 1, sciottino numero 2...burp!...rigetto tutto....
Ho speso una barca di soldi e tutto quello che ho comprato lo vado a vomitare nel cesso.
Questo è prorpio essere fessi.
Vabbeh, andiamo al mercato del sabato che è caratteristico e conveniente.
Ma cavolo, si può andare al mercato per comprare 4 kiwi di numero, tre pomodori e 13 olive ?
Mica vogliamo prenderli in giro sti commercianti che sono tempi duri anche per loro... un kilo di questo e un kilo di quello.... buoni i pompelmi... ne mangio uno ogni quindici anni, ma ora non ne posso proprio fare a meno.
Quattro kili.
Poi tanto vado al ristorante ogni sera, così quella volta che apro il frigo vengo invaso dall'aria mefitica di vegetali in putrefazione e latte cagliato.
Richiudere subito, e aprire fra due milioni di anni.
Come la piramide di Ramsete.
E poi un giorno scopri che mancano due settimane alla fine del mese.
Niente di male, capita tutti i mesi , mi pare.
Ma in banca hai solo 50 euro, non hai ancora pagato l'affitto di gennaio e il telefonino ti manda autonomamente un messaggio per dirti che vuole ancora soldi.
Maledetto.
Ma chi sono? suo padre?
Mmmhm che malessere, devo avere somatizzato, perchè la pancia mi duole un poco... la pancia? Questa specie di anguria che mi trovo sotto la maglietta è la mia pancia?
Altro che somatizzare, ho un fegato che pare fatto alla veneta e uno stomaco da tricheco.
Va bene se sopravvivo altre 24 ore.
Come sono felice oggi.
Eh sì!.... Oggi finalmente sono corrotto.
Menu di stasera alla locanda Liknostatis.
Crema di ceci e fagioli con olio e cipolle, da spalmare su focaccine preoliate.
Polpettine di maiale e spinaci impanate in una pastella di pane fritto.
Insalata di formaggi fusi.
Feta al forno, guarnita con salsa di pomodoro, olio e origano.
Omelette agli spinaci.
Insalata greca con feta e tzatziki.
Olive kalamata.
Assaggi di formaggi misti greci: Feta, dal latte di capra, Misitra, una parente della ricotta nostrana, e Gravier, formaggio da latteria da non confondere con il groviera svizzero.
Misto di carni rosse alla griglia. Prevalenza di agnello e porco.
Patatine fritte.
Patate al forno.
Patate lesse con olio di oliva.
Polpette di manzo in sugo di pomodori.
Insalata di Melanzane con maionese, uova e spezie.
Dolmas di cavolo e carne, arrotolati su foglie di vite.
Iniziamo con del bianco per stuzzicarci, quindi passiamo al rosso per i piatti più corposi.
Frutta a fette con una spruzzata di cannella.
Semolino con una spruzzata di cannella.
Grand Mix di frutta candita e glassata.
Yoghurt freschissimo con abbondante miele di guarnizione.
Baklava.
Innaffiamo i dolci con abbondanti quantità di Raki, sevito freddo in bicchierini monodose.
Sigaretta e conto.
Kalinikta.
Ergotellis - Olimpiakos
1 settimana.
7 giorni.
5 a lavorare. Oppure 1 solo sotto un tram, a scelta.
L'effetto alla fine è quello.
Ma Domenica...Domenica...Santa Domenica.... c'è la Partita!
Pankritio stadium, nuovo di pacca, costruito probabilmente in meno di 4 giorni alla vigilia delle olimpiadi, un'autentico gioiello di equilibrismo minoico.
Le fondamenta -e non è uno scherzo- poggiano sulla spiaggia.
Sulla spiaggia ?!?
Non precisamente.
Sul bagnasciuga.
Ora, non conosco assolutamente nulla di costruzioni edili, tantomeno mi azzerderei ad addentrarmi nei meandri di una scienza impura e alchemica quale l'ingegneria.
Ho la fortuna di conoscere alcuni personaggi che in futuro occuperanno posizioni di prestigio nell'ambito della scienza delle costruzioni e che probabilmente scriveranno il loro nome negli annali del politecnico -per lo meno per meriti di anzianità-, e non affiderei a questi figuri il progetto per la costruzione di un portasaponetta da bagno.
Ma a prescindere dalla sfiducia che ogni creatura pensante riserva nei confronti di questi fumettari con la passione per le camicie a quadri, le pringles e windows XP, dobbiamo riconoscere, oltre alla dovuta commiserazione umana, anche alcune qualità d'eccellenza.
Num.1-Sono ordinati.
Num.2-Si fanno il mazzo.
Num.3-Sono tutti, senza eccezione di sorta, disperatamente convinti di essere l'eccezione libertaria della categoria.
E questo, alla fine, li rende simpatici.
O divertenti.
Ma torniamo al gioco più bello del mondo: l'ingegneria edile!
Dicevo appunto di riconoscere la mia totale incompetenza sull'argomento, eppure mi permetto di parlarne, prima di tutto, perchè metto a rischio la mia vita ogni volta che metto piede in uno stadio costruito incoscientemente su palafitte sul mare per vedere la mia squadra greca preferita -tra l'altro pagando, vedi tu..- e secondariamente, perchè da bambino, modestamente, con il Lego ero un fenomeno.
Certe astronavi costruivo...
E la mia esperienza estiva lungo i lidi tirrenici nei pressi di Marina di Cecina inoltre, mi dice che le costruzioni sulla spiaggia hanno vita breve. Se non è il mare a buttare giù tutto, sarà probabilmente il piscio d'un cane.
Considerate la popolazione canina in grecia (vedi post su Atene del 19/01/05) e la presenza del Mediterraneo a pochi metri dalla bandierina del corner, mi riservo tuttora qualche timore.
Ma c'è poco da fare gli schizzinosi: oggi nella antica Candia Veneziana, la moderna Heraklion, all'ombra della catena degli Idi Psiloritis, gioca la squadra più forte dei Balcani.
Lo stadio si accende di rosso e le voci si fondono nella coralità di quindicimila spettatori:
O-LI-MPIA-KOS, O-LI-MPIA-KOS, O-LI-MPIA-KOS....
Immaginate la scena.
Quindicimila individui incoscienti dei tranelli del destino e dell'ingegneria, riuniti nel nome di una dissennata idolatria animistica per un feticcio in pelle, rotolante, sferico e made in china.
E tutti a saltare.
- Dio Santo! fermi, che crolla tutto! FERMIIII!!!!
O non capiscono l'inglese o non mi hanno sentito.
Oppure sono ingegneri.
Come avrete intuito, nel bel mezzo della bolgia, trascinato quasi contro la mia volontà, ci sono anch'io.
Se c'è una cosa di cui mai mi è fregato in vita mia è il calcio.
Tengo all'Inter perchè da bambino mi piaceva l'azzurro (quindi ho rischiato di diventare Atalantino...).
Conosco i giocatori? Certo. Quelli del 1984 quando passavano gratis gli album delle figurine -sospettate dalle mamme essere intrise di droga- davanti alla scuola: Rumenigge, Brehme, Matheus (come il vino..)...fino a Walterone Zenga.
Ma Basterebbe chiedermi tutti quelli che ci stanno in mezzo per capire che ne so più di geografia del Tagikistan che di calcio.
Insomma, in questo stadio, sono la persona più fuori luogo dai tempi di Rocco Siffredi al Festival del Cinema di Cannes.
(Con tutto il rispetto che ho per Rocco, intendiamoci..).
Ma il clamore è tale, gli animi sono così accesi che mi lascio contagiare.
Scientificamente questi avvenimenti sono chiamati fenomeni collettivi.
Un elettrone solitario si muove un poco se attratto da una carica opposta.
Onestamente, niente di veramente speciale.
Se ne piazzi tanti insieme, uno vicino all'altro su un circuito, questi cominciano a girare, fanno una corrente e se vuoi ci accendi pure una lampadina.
Ma se sono veramente vicini, in particolari condizioni, si costituiscono in coppie di Cooper e sanno fare una cosa ancora più speciale: la "super-corrente", che non si ferma mai e ti fa risparmiare sulla bolletta.
Così io, di norma elettrone riservatissimo, percepisco la corrente.
E partecipo all'effetto Joule: la lampadina.
Seguo i cori, canto delle parole incomprensibili, serenate d'amore verso la mia nuova squadra, l'Olympiakos, e sporcaccionate dedicate alle mamme dei giocatori avversari: i giocatori dell'Ergotellis.
Per la Cronaca, l'Ergotellis è la seconda squadra di Herklion, composta per lo più dai figli dei custodi dello stadio.
Il livello della squadra è grosso modo quello dei pulcini del Foggia, con qualche defezione.
Ovviamente, è l'ultima in classifica nella serie A greca.
Conta di 7 tifosi tra cui due mamme e una sola fidanzata, pure racchia.
Partita facile per L'Olympiakos, team-leader del campionato.
Si è visto.
In campo i giocatori.
Nelle file dell'Olympiakos, reduce da un passato remoto glorioso e da un imperfetto imbarazzante al Milan, Rivaldo.
Entra nello stadio ed è una ovazione.
Mi sta pure sulle palle, ma non riesco a trattenere le urla di entusiasmo.
Sono "Fenomeni collettivi".
Il fenomeno tocca una palla.
Ovazione.
"Fenomeno collettivo".
Sbaglia.
Ovazione.
"Fenomeno collettivo".
mah...
quartominuto del primo tempo.
L'Ergotellis segna un gol da officina degli orrori.
Ovazione.
Non capisco.
Chiedo spiegazioni: "incoraggiamo i nostri beniamini".
-Ah!
Ovazione.
Al 15' mando a farsi fottere i fenomeni collettivi.
Tutto lo stadio è una torcia rossa che sprigiona scintille, fumogeni, urla, cori.
Sono nel centro di un incendio dove ogni tifoso è un tizzone vestito di rosso e pure paonazzo.
E io, al 15' del primo tempo, con Rivaldo impegnato nel campo, e l'Ergotellis inspiegabilmente in vantaggio, sono muto, assente, visceralmente concentrato sulla tifosa più bella che la storia del Calcio abbia ancora registrato.
Ed è di fianco a me, che si divincola, grida, si affanna, sussulta... si alza a muovere il suo corpo come una frusta, elastica come un felino africano, elegante, sinuosa, micidiale.
Il suo corpo racchiude il giusto equilibrio tra sensualità e atletismo.
La sintesi di prosperità e snellezza, i tratti fini, la pelle scura del volto su cui abbagliano due enormi inspiegabili occhi azzurri, tutto richiama il mito: l'abbondanza di Proserpina, il fascino di Afrodite, l'agilità di Artemide, la malizia di Elena... tutto ravvivato nell'estasi dei suoi movimenti inconsapevolmente (almeno credo) provocanti di giovane tifosa.
Zitto.
Non parlo, solo ammiro estasiato e sento sprigionare in me il fuoco, la passione ardente che dagli occhi mi pervade lo stomaco e le interiora.
Pandora, perchè hai disobbedito ? Perchè hai aperto il vaso ?
Libero il demone sacro del tifo e comincio a divincolarmi al ritmo del suo bacino in questo rito ancestrale dagli effetti sconvolgenti.
Abbandoniamo le individualità e ci lasciamo guidare dall'istinto del tifo.
Grido più che posso in modo di rendermi individuabile in mezzo agli altri quindicimila spettatori.
Ma sono di fianco a lei, e non dovrebbe essere difficile notare l'unico tifoso pagante con lo sguardo evidentemente non rivolto verso il campo.
La pressione dello sguardo è tale che si gira.
Scientificamente parlando, sto cercando di passarle un fonone.
Sessualmente parlando, un'altra cosa.
Incrociamo lo sguardo, e stabiliamo un contatto a distanza.
Sì, siamo abbastanza vicini, meno di una "lunghezza di coerenza".
Basta Lampadina.
Io e lei: Coppia di Cooper.
44esimo minuto.
Geogatos( o Georgakis, non chiedetemelo..), ex presenza neroazzurra, mette a frutto le conoscenze calcistiche apprese nel belpaese, e nonappena intravede un difensore, si butta in terra nel rettangolo dell'aria di rigore urlando come un vitello sotto macello.
Rigore inesistente per l'Olympiakos.
Ovazione.
I giocatori confabulano: "lo tiro io , no lo tiri tu...fallo fare a quello là che non parla il greco..."
Ovazione.
Rivaldo si presenta sul dischetto.
Ovazione.
Rivaldo si prepara.
Silenzio
Silenzio.
Silenzio.
Rivaldo inizia la rincorsa per calciare,...uno, due tre, ....tiro in alto al sette dove è più facile sbagliare, diavolo d'un brasiliano...non ti ha insegnato niente la storia?!....ricorda Baggio a USA 94 .... il portiere intuisce la traiettoria ma è troppo angolato... o è dentro o è fuori....dentro!
......Gooooooooooooooolllllll!!!!!!!!!
Esplosione del Pankritio.
Scientificamente parlando: Termodinamica del caos.
(fermi, Diosanto, che crolla tutto, fermi...)
fine primo tempo.
Che cosa accade nella mente dell'allenatore della squadra più sfigata del campionato quando per uno scherzo del destino gli viene concesso il prodigio, il miracolo che potrebbe cambiare il senso della sua carriera? Che cosa potrebbe fare quando i suoi avversari, che sono normalmente in condizioni di manifesta supremazia tecnica, oggi si muovono in campo come delle galline in amore, e quando esiste un rischio concreto di vittoria contro la prima in classifica ?
Che cosa ha pensato quest'uomo quando il suo diretto rivale, l'allenatore dell'Olympiakos, ha deciso di ritirare il fenomeno, il brasiliano dai piedi di fata, per inserire un diciottenne alla sua prima apparizione in serie A?
E quando i giocatori dell'Olympiakos hanno cominciato a litigare fra di loro per questioni di appartenenza etnica?
Io lo immagino così.
Probabilmente si è appartato nell'oscurità di una toilette, nervosamente ha abbassato il sedile e si è seduto accendendosi una sigaretta. Tutto in un solo movimento.
Me lo immagino nell'intervallo seduto sul water con il soprabito, i pantaloni abbassati e il cappello in testa.
Il sudore gli accarezza le tempie, fatica a centrare la bocca con la sigaretta per il tremore nervoso della sua mano, gli occhiali appannati dalle ondate di calore che il suo corpo sudato e sovrappeso emana. I baffi grigi malcurati gli pungono le labbra, la bocca asciutta e colma del fumo della sua nazionale, gli occhi strabuzzanti che si concentrano sulla cenere che non cade mai, lì, sempre attaccata , come se, per questo momento , fosse lui l'unico al mondo a sentire il peso opprimente di una gravità espansa.
E il pensiero che lo assilla ripete la sua eco come un registaratore nella sua mente vuota e scura: "Mio Dio!, se vinco cosa faccio....Mio dio!, se vinco cosa faccio ...Mio dio!...."
Ha solo i 10 minuti dell intervallo per pensare, e questa frase che lo assorda nelle tempie non dà tregua. Che cosa deve fare ? Che cosa?
...
La sigaretta è finita e finalmente la cenere è caduta.
Il tempo degli indugi è finito.
E' l'ora delle decisioni.
In spogliatoio, dai ragazzi. Oggi si fa a modo suo e poi tutti in campo a giocarci questa maledetta domenica.
Campo, Inizio del secondo tempo.
I giocatori rientrano in campo con la flemma tipica che contraddistingue più che altro i malati terminali piuttosto che i giocatori di una squadra di calcio.
Se soltanto uno di questi stronzetti miliardari avesse l'entusiasmo di un capello degli uomini che lo incoraggiano dalla curva, sarebbe già tutto un altro spettacolo.
E invece assistiamo alla nascita di una nuova disciplina sportiva dal nome esplicativo: si chiama "Indecenza".
Che cosa ha detto alla squadra l'allenatore con la paura di vincere?
Immagino la scena.
Quest'uomo, reso goffo dai chili in eccesso, da una pancia strabordante e da un cappello a quadri scozzesi, si rialza dalla tazza con uno scatto, e ci butta il filtro soltanto dopo aver aspirato un lunga boccata rubata al mozzicone esaurito, fino a scottarsi le dita....
" Al diavolo !", pensa, "ne ho bisogno ancora uno...".
Di corsa tira lo sciacquone e cerca di darsi alla meglio un aspetto presentabile.
La pancia gli sbatte contro mentre cerca di aprire la porta per uscire, ma il nervosismo è tale che non può fare altro che trattenere il fiato, scartare la ceramica del cesso e infilare l'uscio alla volta dello spogliatoio.
Le mani le laverà un'altra volta: adesso deve correre dai ragazzi.
Il corridoio sarà lungo una ventina di metri, interrato , scuro. Le uniche luci sono date dai neon ronzanti e intermittenti posti alla distanza di circa 7 metri l'uno dall'altro.
Sente i suoi passi svelti, il rumore dei tacchi sul marmo , scandire il tempo impiegato per arrivare davanti alla porta del suo spogliatoio.
Immaginatevi questo rumore. Venti lunghi metri.
Eccola, la porta.
Da solo, davanti alla porta chiusa.
Si passa una mano sulle labbra, l'ultimo momento di indecisione che si concede.
Un lungo sospiro, sofferto, e poi mette la mano sulla maniglia.
Campo.
I giocatori dell'Olympiakos sanno.
Sanno che se perdono questa partita si troveranno il Panatinaikos a mordergli le chiappe a soli due punti da loro, ma con tutt'altro calendario, e con tutt'altro spirito.
Il Panatinaikos insegue e loro stanno cercando di scappare come delle lepri.
E allo scontro diretto, la lepre si sa che fine fa col cacciatore...
Ma oggi il loro gioco non viene...diamine sono troppo nervosi, hanno capito subito che questa partita era troppo facile sulla carta e c'era qualcosa che non andava...
I giocatori non si comportano bene.
Ormai è noto, i giocatori dell'Olympiakos pensano tutti senza eclusioni che l'allenatore è uno stronzo perchè, essendo un fottuto serbo, mette sempre in campo i suoi conterranei, tre contadini scampati alla guerra e rifugiati come calciatori in territorio ellenico...
Ce ne fosse uno che sa stare in piedi!, e poi si sa che lo stronzo dell'allenatore odia Rivaldo e lo mette in campo solo perchè ha una paura fottuta che la curva atrimenti lo linci alla prima apparizione pubblica....
"Ma diamine!, oggi proprio non ce ne funziona una..."
Spalti.
L'incendio di tifosi colorati di rosso non si estingue.
Il più vecchio dei tifosi non ricorda di aver mai assistito a una partita tanto orribile.
Ma il comune pensiero ordina di crederci fino all'ultimo perchè non portare a casa la partita contro l'Ergotellis è proprio da minchioni....
Cori.
Personalmente, non ho staccato gli occhi dalla Semidea fino alla prima Molotov.
Spogliatoio.
Il ciccione entra finalmente con un gesto plateale nello spogliatoio.
I giocatori si stanno asciugando il sudore e parlottano. Poi finalmente lo notano, e lo guardano straniti.
Non lo avevano mai visto in quelle condizioni: sudato, febbricitante, gli occhi spalancati come se vedesse di nuovo per la prima volta dopo quarant'anni.
Loro?
Loro no, sono carichi, sanno che oggi ce la possono fare, con la prima in classifica, la loro occasione, il loro trionfo.
Lui , il ciccione, non dice niente.
Si aggira per lo spogliatoio e aspetta di avere convogliato su di sè tutta l'attenzione della squadra.
I ragazzi non capiscono e lo osservano. Non riconoscono in lui il loro Manager, vedono soltanto un panzone maleodorante con un lembo di camicia cadere fuori dai pantaloni, la zip spalancata e lo sguardo da folle.
Cammina fissando i giocatori, con gli occhi privi di qualsiasi espressione.
Si china al centro della stanza e si siede sui talloni.
"Ragazzi", attacca a parlare, " venite qua vicino che ho da dirvi due cose..."
Campo.
Giocatori dell'Ergotellis.
- "Dio Santo! Eppure oggi ce la potevamo fare...ma perchè cazzo..."
- "E stai zitto che tanto ti pagano uguale ...chettefrega..."
- "Stronzo! Sai dove cazzo arriviamo se la pensi così, ti meriti proprio quel rotto in culo del Mister... "
- "Sei tu il rotto in culo!, ...se giochi in una squadra fai quello che ti dice l'allenatore.."
- "Sì, così se l'allenatore è un minchione cagasotto, lo diventi pure tu.. pensa a giocare và...."
....
Campo.
Giocatori dell'Olympiakos.
- Sti bastardi mi hanno prorpio rotto i coglioni... guarda quello stronzo a terra, cazzo sarà la terza barella che fanno entrare in campo...
- sì, e poi la scenetta col dottore, cazzo, ci mancava che gli facesse una radiografia a centrocampo...
- L'unico che gioca un pò è il terzino...
- sì, ma stai attento che non ti azzanni una gamba...lo sai cosa mangiano, quella gente lì..
- eh eh, mi porto dietro una banana per tenerlo buono...
Spogliatoio.
"Allora ragazzi, avete visto che oggi possiamo fare qualcosa di grande..."
i giocatori si sentono sollevati, sorridono e bofonchiano fra di loro per darsi coraggio, capiscono che il mister è li per incoraggiarli...credono...
Il capitano della squadra: "Sì, oggi possiamo farcela..."
Il mister: " sì, bravi..."
Il capitano:"....a vincere."
Il Mister diventa serio, anzi no, torvo: "No!" grida. "non avete capito nulla, imbecilli!"
Muove le mani nervosamente come se volesse prendere a pugni l'aria.
I giocatori sono ammutoliti, increduli, confusi, spaventati.
Poi riprende sottovoce ammiccando un serafico sorriso: " Noi, oggi.. " scandisce bene le pause, "ce la facciamo....", pausa, "...a....", i giocatori propongono il capo verso di lui , "...a....a....a... PA-REG-GIA-RE!".
....
Silenzio interrogativo nello spogliatoio del Pankritio.
Si ode soltanto lo sciacquone del cesso e i tacchetti del terzino africano che esce dal wc con ancora in mano il rotolo di cartaigienica.
Il Mister lo guarda con sufficienza e pensa "...anche se questo non sente...non capisce una mazza di greco e tanto è come se non ci fosse in campo...."
Spalti.
Le urla si fanno più nervose.
A ogni fischio dell'arbitro per un fallo ce ne sono quindicimila per i giocatori dell'Ergotellis.
Qualcuno accenna moti di nervosismo.
L'incendio dei tifosi attecchisce sulle balaustre.
Io mi concentro sulle sue labbra carnose e dimentico sto schifo di partita.
Campo
I giocatori dell'Ergotellis lo fanno a malincuore perchè sanno.
Sanno che non accadrà più nella loro vita di riscattare il peggior campionato che li ha visti condannati alla retrocessione matematica, con la più esaltante delle vittorie in casa, contro il brasiliano della "Selesao" e la supremazia indiscussa dell'Olympiakos.
I giocatori dell'Ergotellis cadono sul campo a distanza di pochi minuti l'uno dall'altro simulando strappi, contusioni, appendiciti, infarti.
E una volta a terra, applicano le istruzioni del Manager "...perdete TEMPO! capito? Rantolate, ammalatevi di epatite, vomitate in campo se necessario, pero ogni minuto di azione , ne voglio vedere sette di vuoto assoluto..."
Lo faranno pure a malincuore...
Ma lo fanno veramente bene, da veri, autentici paraculi professionisti.
Arbitro, nel cevello.
- "Oddio, forse dovrei arrabbiarmi con questi che continuano a fingere, però prima gli ho dato il rigore contro ..? ...Capita di sbagliare... No, io non dico niente, non posso mica inimicarmi i tifosi, già so che finisce che qualcuno mi sfregia la macchina... "
Spogliatoio.
Il tono della voce ora è militare: "Non voglio vedere nessuno, dico NESSUNO attaccare per un cazzo di GOL. A noi oggi deve bastare uno stronzo di pareggio e , per la miseria voglio vedervi stare male su quel fottutissimo campo, piangere fottutissime lacrime, e all'occorrenza vi rompete pure una gamba se necessario! Avete capito ?!..non vi preoccupate, dopo parlo coi medici.."
-"Ma mister, magari possiamo pure vincere oggi..."
-"Tua nonna puoi vincere!" Sta cominciando a sgolarsi e il tono della voce diventa roco." Sono cinquant'anni che dedico la mia vita a questo fottuto gioco e TELODICOIO!, con sti stronzi noi NON-VIN-CIA-MO, capito? NON-VIN-CIA-MO....E io non ho intenzione di prenderlo in culo ancora dal presidente..!"
Campo.
93esimo minuto. Terzo minuto di recupero del secondo tempo.
La partita è stata uno spettacolo indecente: per la maggior parte del tempo la palla è rimasta ferma ad aspettare che i dottori uscissero dal campo per prendersi cura dei malanni dell'Ergotellis.
Il terzino pensa che è stata proprio una brutta partita e che forse oggi poteva essere la giornata giusta.
Forse, si divertiva di più quando giocava in Africa.
Improvvisamente la palla gli rotola fra le gambe.
E allora si ricorda di saper correre come un leone nella savana che sa che in tempi di siccità e carestia, non può permettersi il lusso di perdere la preda.
Corre. Corre lanciato verso la porta dell'Olympiakos, fronteggia un difensore, lo scarta come la gazzella che sa di dover dribblare il leone che la bracca, per salvare la pelle , e continua la discesa verso la rete avversaria.
L'estremo difensore gli si avventa contro e in questo preciso momento succede. Sente improvvisamente scorrere nel sangue lo spirito sacro della Grande Savana che gli infonde la potenza del leone e la velocità della gazzella, i tamburi Camerounensi mimargli il ritmo del suo cuore che batte a risvegliare lo spirito guerriero delle sabbie Gialle.... dribbla quindi travolge il portiere, bailamme!, la palla gli rotola sul ginocchio, un colpo di reni troppo importante per mancarlo, e la palla finisce in rete.
...
...
...
...
gol.
Silenzio.
Silenzio in panchina, sul campo e sugli spalti.
Esplode il Silenzio in Heraklion.
Ergotellis 2, Olympiakos 1.
Spalti.
I tifosi si tengono le mani sulla nuca. La partita sta per finire e l'Ergotellis ormai ha vinto.
Passano 20 secondi dal gol e ancora la tifoseria non parla, in attesa di realizzare.
Poi, finalmente , qualcuno realizza. E lancia una bottiglia.
E parte il contagio.
I tifosi accendono la guerriglia nello stadio, scoperchiano i sediolini e li gettano in campo, sassaiole contro i poliziotti, contro i giocatori , la polizia che comincia a caricare.
Improvvisamente nessuno guarda più il campo, ma solo i focolai di risse che si accendono direttamente sugli spalti.
Si cominciano a bruciare cassonetti sulle strade ed iniziano le prime cariche della polizia disposta a testuggine.
Io allora vengo svegliato, alzo lo sguardo e realizzo di essere nel centro di una guerra civile.
E' il caso di correre, e finalmente, dopo 90 minuti, di togliere lo sguardo dalla tifosa dell'Olympiakos.
Addio, mio gioia, addio mia stupenda sposa, un giorno ci rivedremo, se lo vuole il destino....
Ora devo andare..
Ora, per concludere, posso solo immaginare come si sarà sentito quello stronzo dell'allenatore dell'Ergotellis, a vedere fallito ancora una volta il suo fottutissimo piano da vigliacco.
La palla è in rete, le prime bottiglie sono state lanciate, l'arbitro decreta velocemente la fine della partita e, preoccupato di salvare la pelle il più velocemente possibile, corre a rifugiarsi sotto il tunnel.
Lui, il panzone, incredulo, esterrefatto, già teme la telefonata del presidente, le felicitazioni non volute che sanciscono il dramma di essere l'uomo beffato nel modo più terribile dal destino.
La bocca aperta, il cappello storto, il soprabito scende statico sulle sue spalle rilassate, a mettere in evidenza ulteriormente la presenza di questa grossa pancia ridicola.
I giocatori stanno tornando e lui ancora fissa il campo con la delusione scritta nei suoi occhi persi da bambino.
Ha perduto ancora quest'uomo, nella maniera più terribile, e non potrà neanche godere del rassicurante disprezzo della gente, ma si dannerà nel rimpianto di non essere riuscito a non fare succedere niente per quarantacinque fottuti minuti.
E' solo al bordo del campo, senza neanche le lacrime, e con quelle parole che non riesce più a fermare:" Dio mio!.. come faccio adesso?...non volevo...Dio! mio!.. Come faccio adesso?...io non volevo...."
Spogliatoio.
- "Ragazzi, fate come vi dico, oggi è la giornata buona, me lo sento, pareggiamo!, lo sento ...adesso andate che comincia il secondo tempo.."
Rosa.
Talvolta, al tramonto, quando il cielo lascia intravedere le montagne e tutto sopra la tua testa è nitido, guardi verso il mare, più in fondo, dove lo sguardo non conosce barriere.
E le vedi.
Sono le ultime nuvole di una vecchia tempesta, l'ultimo lembo smarrito di un gregge compatto di nembi infuriati che attraversano a nuoto i cieli e sorpassano i mari.
E allora, al crepuscolo, quando il cielo risplende acido di arancio e rosso, volgi a loro la tua attenzione e le riscopri essere meduse rosa galleggianti nel mare ancora celeste all'orizzonte.
E le vedi ancora sciogliersi in milioni di tentacoli sulla superficie marina, da lontano, quando qui c'è il sole, ma ancora piove.
Sul mare, lontano, quando ancora piove.
Giallo.
Questa foschia non mi piace.
Ha un odore e che non capisco ed arriva con il vento.
Dopo che è passata la raccogli con la mano, la sabbia.
E' il deserto, che impollina la terra con semi di silicio, attraverso i venti che dall'Africa
riscaldano e coprono la città.
E l'aria che respiro è ocra, pesante e calda.
E porto il deserto fin dentro i miei polmoni.
E nei miei occhi, spesso.
Blu.
Da su a giù. A strati.
Celeste, azzurro, bianco di banco di nuvole, azzurro, linea dell'orizzonte, violetto, blu profondo, azzurro, verde, celeste, giallo delle mura.
Da giu' a su.
Tutto al contrario.
Nero.
Non esattamente nero.
Sono sfumature di grigi che terrorizzano dove è più scuro, nuvole basse e pesanti plasmate dal vento a somigliare gatti randagi che litigano, soffiano, rizzano il pelo e poi... lanciano saette.
???
Mbeh!?...Sono i gatti di Zeus...
Bianco, semplicemente.
Qualche volta, pure qui è nuvolo.
Lo sapevo.
Sapevo che prima o poi quest'isola si sarebbe colorata di rosa.
E tutto assumere le sembianze che da quaggiù ci sono proibite, ma che gli dei conoscono.
Come se mettessi finalmente a fuoco.
Le montagne dell'ovest avrebbero prima o poi dovuto apparire per quel seno nudo, rigonfio, che stavo aspettando.
Le estremità appuntite che non si guardano, perchè l'Isola, l'Amante, sta sdraiata supina con le braccia, bianche, dolcemente incrociate dietro la testa.
Ad occhi chiusi, e inarca la schiena.
La postura evidenzia il profilo delle costole, scogliere sassose levigate dal vento, a tuffarsi nelle acque profonde del mare, e i suoi fianchi emergono dal lenzuolo blu che le circonda la vita.
Creta, nuda, priamverile, si contorce in un sonno agitato e gira il bacino sul suo lato destro, il mediterraneo, e lascia le natiche rosa, i monti Psiloridis, esposti in faccia all'Africa, dolcemente adagiati sul giaciglio del Mar Libico.
Sono alti e innevati, candidi e rocciosi.
Scendono, come inevitabilmente le cosce di una donna seguono il profilo di un anfora greca, dolcemente, fino alle ginocchia unite.
Plateu Lasithi, l'altopiano che domina la parte centro-orientale dell'isola, è in effetti questo spigolo di roccia e cartilagine, che segna la fine del pendio lieve delle sue coscie e il brusco inizio delle gambe.
I piedi, sovrapposti concludono ad oriente la figura di questa donna dormiente, snella, svestita e posata al centro del letto del mare, spiata dalla malizia di Europa, Maghreb e Medio-Oriente.
E da me.
In quest'Isola, in questa donna, in questa amante, vivo, in una città disordinata e incomprensibile, Heraklion, circondata dalla vegetazione e dal verde, sulla costa nord bagnata dal mediterraneo.
Esattamente al centro dei sui fianchi.
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